Domenico Finiguerra a Carpignano
Perché fermare il consumo di suolo
La terra è finita. La quantità di suolo a nostra disposizione non è illimitata e, così come per l’acqua e per l’aria, anche il suolo, la terra fertile, è un bene pubblico. Ciò che contribuisce a fare del suolo un bene pubblico, nonostante su di esso gravi l’esercizio della proprietà privata, è l’insieme dei valori culturali, sociali e biologici necessari e alla base della nostra esistenza.
Il suolo infatti non è, come molti, troppi lo intendono, la piattaforma inerte su cui poggiare i nostri edifici e le nostre costruzioni. Nei primi 40 cm di suolo è contenuta la parte fertile, formatasi in milioni di anni, nel tempo delle ere geologiche, che un semplice sbancamento o livellamento (per costruire una casa, un centro commerciale o poggiarvi un impianto fotovoltaico) può in un attimo disperdere per sempre. Questi 40 cm sono necessari perché la terra sia fertile, perché si possa da essa trarre il sostentamento e i prodotti dell’agricoltura necessari alla vita dell’uomo. Gli effetti di uno sbancamento non potranno essere recuperati con i fertilizzanti. Conservare la fertilità del nostro suolo è l’imperativo che si pone dinanzi a noi per non entrare in uno stato di dipendenza alimentare, per non dipendere dagli altri paesi o dagli umori del mercato, per non rimanere senza il pane, nel mentre siamo intenti a ricavare profitto dagli eccessi edilizi o a ricavare energia senza pensare prima a come risparmiarla o a come usarla in modo efficiente.
Ma il suolo è un bene pubblico anche perché su di esso sono depositati i valori etici e la cultura materiale dei luoghi. In una parola, il suolo è paesaggio. Sebbene non si possa negare ad ogni generazione il diritto alla trasformazione del territorio secondo le proprie necessità, non si possono nemmeno ignorare i diritti delle generazioni venture a vivere in un ambiente salubre e integro. Non si può ignorare che questa trasformazione debba portarsi in forma di sedimentazione sostenibile rispetto a tutto ciò che dalla tradizione e dalla storia abbiamo ereditato. Oggi, invece, stiamo trasformando e consumando il nostro territorio ad un ritmo tale da cancellare in breve tempo e in maniera irreversibile ogni cosa. E queste trasformazioni non sono qualcosa di estraneo per noi. Esse sono sotto i nostri occhi, tutti i giorni.
La questione capitale della difesa e dello stop al consumo di suolo è, a differenza di molte altre cose, un aspetto che può essere affrontato in maniera immediata a livello comunale. Strumenti come i piani urbanistici o i bilanci possono essere utilizzati in modo virtuoso al fine di contenere e arrestare il consumo di suolo. Abbattere il circolo vizioso e insostenibile di cementificazione, oneri di urbanizzazione, erogazione di servizi è ciò che è necessario fare per arrestare un modello di amministrazione pervasivo e culturalmente dominante. Un modello pervicacemente orientato alla costruzione del consenso da parte dei gruppi dirigenti comunali ma che non può reggere più di una manciata di decenni: il tempo necessario per consumare tutto il suolo che è rimasto nei confini comunali.
Alcuni amministratori, come Domenico Finiguerra, sindaco del comune di Cassinetta di Lugagnano in Lombardia, hanno cercato di utilizzare percorsi alternativi. Finiguerra ha raccontato la sua esperienza venerdì 5 agosto 2011 a Carpignano Salentino, ospite dell’amministrazione comunale di Carpignano sotto l’auspicio dell’associazione Save Salento e del Coordinamento Civico. L’esperienza di Finiguerra mostra come stop al consumo di suolo non implichi necessariamente il blocco del comparto economico e dell’edilizia, ma conduca invece in direzione di un settore dalle potenzialità produttive inesplorate e sottovalutate: l’edilizia di recupero.
L’industria edile deve raccogliere le nuove sfide, sul piano tecnico, professionale e culturale andando oltre il pensiero ancora oggi dominante per puntare sulla densificazione, sul riuso dei suoli, sulla riqualificazione e manutenzione dell’esistente, recuperando spazio alle funzioni ecologiche e biologiche del territorio. In questo senso, le amministrazioni comunali sono direttamente chiamate a disegnare e imprimere una direzione diversa, realmente sostenibile, cioè conservativa degli elementi biologici come l’aria, l’acqua e il suolo che sono necessari non al bello, ma ad una vita etica.
Antonio Bonatesta