La vita è vita

Le tesi, com’è ovvio, sono le più svariate: ci sono i religiosi che sostengono sia un dono divino, i devoti alla scienza fermi nella convinzione che si tratti della condizione propria della materia vivente; c’è a chi, lontano da scienze esatte o meno, piace definirla un eccesso, altri la metaforizzano nel viaggio. Noi, di recente ci siamo posti la stessa domanda: “cos’è la vita?” Non siamo stati capaci di darci una risposta razionale, precisa e definita, attribuibile a chiunque nello stesso modo, ci siamo limitati a capirne un aspetto, forse quello che la caratterizza maggiormente ed infine abbiamo capito che la vita è “sentire”.
A farci giungere a questa conclusione, facendoci preliminarmente porre la domanda, è stato un uomo come tanti, incappato sui nostri passi in maniera casuale, come di solito in effetti avvengono le scoperte importanti, così per caso abbiamo conosciuto Pino Gemma, che in un grigio sabato mattina di settembre, attraverso poche righe ci ha inchiodati allo schermo del pc, a farci leggere fino all’ultima sillaba un pezzo della sua vita, del suo sentire, che è divenuto anche un po’ nostro, in cui raccontava in che modo ha scoperto di essere affetto da SLA.
Scrive così Pino Gemma: “(…)La mia vita era ormai appesa a un filo e la mia famiglia fu avvertita di prepararsi al peggio. Ma io avevo deciso di vivere e mantenni la promessa. Lottai con tutte le mie forze e contrariamente alle previsioni, riuscì a superare le operazioni. I miei pensieri ricominciarono a fluire e un giorno mentre ero immobile e in solitudine nel reparto di rianimazione sentì il primario che parlava con un altro medico: “mi chiedo perché li facciamo vivere, questi pazienti”, lo sentì dire. Fu una pugnalata in pieno petto e per la prima volta, pensai che forse avevo fatto la scelta sbagliata. Ma ormai era fatta, la mia vita ancora una volta era cambiata e niente sarebbe più tornato indietro. Ho dovuto abituarmi a questa nuova condizione, dipendere da una macchina 24 ore su 24, dipendere dagli altri in tutto e per tutto. Solo i miei pensieri possono andare dove vogliono, e niente e nessuno li può fermare. Sono inarrestabili quando mi faccio prendere dalla nostalgia, quando mi maledico per aver deciso di rimanere ancora qui; sono inarrestabili durante le lunghissime notti che non passano mai e mi chiedo che razza di vita sia mai, la mia. Ma poi arriva il giorno, e mi viene da pensare che vita è anche il sorriso di Maria che mi da il bacio del buongiorno e si da un gran da fare per accudirmi; è vita, aspettare il raggio di sole che entra nella mia stanza dalla finestra e disegna un semicerchio sulla parete di fronte; è vita avere il piacere di raccontare le mie storie e dipingere i luoghi che ho amato e che amo ancora; sono vita i familiari e gli amici che non mi hanno dimenticato, vengono a trovarmi e mi riempiono il cuore di felicità; sono vita i miei figli che mi fanno ridere e sorridere, mia figlia che si infila nel mio letto e mi abbraccia teneramente, mio figlio che dimentica di passare a salutarmi e poi cerca di farsi perdonare, ed ecco che mi prende l’emozione, perché amici, la vita è vita: anche la mia!”
Non è stato facile decidere di scrivergli, tanto meno decidere cosa scrivere ad un uomo che, con garbo e purezza aveva deciso di regalare una parte della sua storia e dei suoi sentimenti: del suo sentire. Entrare in sintonia è stato naturale, così come l’emozione suscitata e la voglia di dimostrare cosa significhi rispettare la vita; ci siamo chiesti in che modo poter rendere questo messaggio, per così dire “universale”, regalandolo a quante più persone possibili e abbiamo deciso che l’unico modo era, ancora una volta, utilizzare la sua testimonianza e le sue parole che, generosamente, ci ha regalato.
D. Dalla tua testimonianza, anche se ogni tanto dici che in qualche modo ti penti di aver deciso di continuare a vivere, trapela una grandissima voglia di esserci e di farlo lottando. Se dovessi dare un consiglio a chi, qualunque sia la sua condizione di ammalato, non ha più la forza per trovare la voglia di vivere, cosa consiglieresti?
R. Premetto che per chi si trova in una condizione di disagio come la mia, è necessario essere circondato da persone che ti amano o comunque vogliono il tuo bene. Una volta assodato questo, il consiglio che posso dare è di trovare qualcosa, nei limiti consentiti dalla malattia, che renda stimolante e interessante la giornata, che può essere, leggere o farsi leggere un buon libro, dipingere, ascoltare della buona musica, scrivere a un amico, chiacchierare, raccontare, magari fare cose che prima non si aveva il tempo di fare. Certo alcune volte, il tempo non passa mai e la tristezza, vuoi o non vuoi ti prende, ma è importante riprendersi e non farsi annientare dallo sconforto, perché essere positivi attira positività; io per esempio sono sempre circondato da bella gente. Tempo fa, tramite alcuni miei amici, è venuto anche a trovarmi Beppe Carletti dei Nomadi; mi ha regalato il suo libro e mi ha rivolto delle bellissime parole, per me è stata una grande emozione. Quindi è importantissimo non isolarsi ma mantenere i contatti, perché le emozioni ti aiutano a vivere.
D. Può sembrare banale, ma mentre ci affanniamo a vivere, a raggiungere sogni, obiettivi, lavori e speranze spesso perdiamo la bussola e non ci fermiamo a chiederci quali siano, realmente, i nostri sogni, le nostre prospettive. Sono poche le persone che riescono a fare introspezione e a vivere con equilibrio interiore. Dunque Pino, qual è la differenza tra i tuoi sogni di “ieri” e quelli di “oggi” e se dovesse esserci, cosa significa equilibrio per te, o come vorresti che fosse.
R. Prima della malattia, sognavo di continuare a seguire i miei figli passo passo, come ho sempre fatto, di fargli scoprire il mondo e fare tante esperienze con loro. Sognavo di essere capace di costruire una casa per loro e aiutarli a inserirsi nel mondo del lavoro. Purtroppo mi sono ammalato in un momento in cui i miei figli avrebbero avuto ancora bisogno della mia presenza e del mio appoggio e questo mi fa soffrire moltissimo. Avrei voluto stargli vicino e consolarli nei momenti difficili, invece adesso sono loro che aiutano e consolano me. Poi sognavo di avere la possibilità di fare qualche bella vacanza con mia moglie, quella che a parte qualche volta appena sposati, quando per un motivo, quando per un altro, non abbiamo mai fatto, sognavo di visitare Napoli, una città che per le sue bellezze e le sue canzoni, mi incuriosisce molto. Infine sognavo, ma forse quello sarebbe comunque rimasto un sogno nel cassetto, di prendere la patente nautica. Ora sogno di avere la possibilità di vedere i miei figli realizzati nella vita e nel lavoro, sogno di vedere gli occhi dei miei nipotini e di ammirare ancora il mio adorato mare. Sogno di continuare ad avere accanto a me, tanto amore e tanta cura e che finalmente si scopra una cura capace di sconfiggere per sempre questa bruttissima malattia. Sogno una speranza. Non credo di avere un equilibrio, perché non nego che a volte, mi passano per la testa dei bruttissimi pensieri che mi fanno stare tanto male.
D. Quello che mi ha colpita della tua testimonianza e che mi ha spinta a scriverti è la dolcezza e la purezza con cui parli, senza toni tragici forzati, senza romanticismi o vittimismo. Mi ha colpita la verità semplice e la linearità con cui hai raccontato la tua vicenda, e parti importanti della tua vita da ammalato che ti hanno portato, oggi, ad aver consapevolezza che la vita non è uno stereotipo ma, probabilmente, accettare ciò che succede e renderlo nostro. Affrontare la vita non è facile, ma farlo ci rende ricchi, se potessi rivederli e parlarci, cosa diresti a quei medici che tra loro si domandavano il perché si continui a far vivere chi, come te, è ammalato di sla?
R. Se potessi rispondere a quei medici gli direi prima di tutto che sono degli insensibili e degli irrispettosi, perché una persona che ha la vita appesa a un filo e che sta lottando con tutte le sue forze, semmai ha bisogno di essere sostenuta e non ulteriormente mortificata. Poi gli direi che qualsiasi esperienza per essere giudicata e valutata, bisognerebbe viverla di persona prima di commentarla sulla vita degli altri. Gli direi che a volte il silenzio è la cosa migliore.
Non ci sono parole adatte per ringraziare Pino e la sua famiglia di questo dono grande, qual è la sua testimonianza. Attraverso queste poche righe non si vuole fare una lezione di demagogia o pietismo; l’unico obiettivo che si persegue è quello, suscitatoci per primi dal nostro amico Pino, di fermarsi a riflettere, a guardarsi intorno, a godere di ciò che ci circonda e della preziosa semplicità delle persone che incontriamo quotidianamente, con l’augurio di una buona, vera, vita.
Maria Assunta Russo
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