Mezzi Credenti e Atei a metà
Respiri, pulsazioni, battiti, sensazioni vivide sulla nostra pelle, emozioni che non ci abbandonano. La vita che continua senza fermarsi, esistita già prima di noi, generati da essa e di essa genitori. Essere un semplice involucro in cui essa risiede non ci è mai bastato, cerchiamo quindi di manifestare a pieno la sua forza, inseguendo prima di tutto il piacere.
Siamo attratti dal rumore, seguiamo, come gazza ladra, il luccichio che più ci aggrada, alla ricerca dell’infinito, alla ricerca di uno scopo che ci innalzi dalla mediocrità.
Nel medioevo la religione ci aveva conquistato con le imponenti chiese suggestive e la celebrazione religiosa, che era ed è tuttora un armonico e teatrale connubio di canti, gesti, testi e omelie, accompagnate da un’attiva partecipazione dei credenti, che si muovono all’interno come se danzassero, riproducendo perfettamente il rito di movimenti e parole.
I credenti e il sacerdote sono come gli attori di un musical di Broadway che recitano, cantano e si muovono piacevolmente in armonia, il cui spettatore è Dio.
Quegl’occhi che prima erano rivolti timorosi verso la luce divina, ora si nutrono di luminosità diverse, che si possono persino regolare: smartphone, computer e tablet che fanno credere nel progresso, ma soprattutto nel potere in noi di manifestarsi. Dispositivi che permettono di conoscere e gonfiare sempre più il nostro ego, facendoci credere di essere tuttologi avendo solo il nostro smartphone in mano.
Giudichiamo più facilmente, ammettiamo i nostri errori di rado e ci perdiamo in strade che non avremmo mai dovuto intraprendere.
La religione è sempre stata la prima educatrice dell’uomo, insegnando come rappotarsi nella comunità per vivere con essa in armonia, l’importanza del rispetto delle regole e la differenza tra il bene e il male. La chiave del successo per governare un popolo è la paura, poichè noi non commettiamo il male perchè ci aggrada fare il bene, ma perchè timorosi della punizione.
La differenza sostanziale tra un credente e un ateo è che il primo non commette il male perchè qualcosa più potente di lui , che non potrà mai superare, glielo ha imposto, il secondo perchè è stato deciso da un’istituzione.
E’ facile ben capire il pericolo da entrambe le posizioni: il credente non oserà mai, timoroso, di commettere il male, ma farà qualsiasi cosa in nome del proprio Dio, seppur irrazionale.
L’ateo, presa consapevolezza del suo potere, potrà sopraffare senza ritegno l’istituzione, decretata da un suo simile, in nome della notorietà e del potere.
La verità è che raramente un uomo può essere categorizzato precisamente in una delle due figure.
Assoggettati e dipendenti da un mondo dominato dalla scienza e dalla razionalità, come un atto di fedeltà del servo al padrone, proclamiamo la nostra disillusione da un mondo dominato da credenze ed eventi magici non dimostrabili, innalzando la bandiera dell’essere umano.
Solo che noi esseri umani sentiamo il bisogno intrinseco di essere protetti, di credere in qualcosa, in un destino che ordina l’indeterminato, diventando mezzi credenti e atei a metà.
Sconcertati e indignati dalle ignobili azioni della chiesa si proclamano sacerdoti di se stessi, mentre gli altri, dopo aver rinnegato Dio, cercano il suo sostegno e lo incolpano di una vita triste, persa nella mediocrità.
Dio quindi esiste oppure no? Domanda pressapopoco inutile, domanda senza risposta. Chiunque confermi l’una o l’altra risposta sarà sempre in errore, poichè non metterà mai completamente in discussione se stesso.
Viviamo una vita liquida, scrive Bauman, soggetti sempre al cambiamento e al moto. Fermarsi non è concesso, tantomeno titubare. Mettersi in discussione dovrebbe dunque essere un’azione quotidiana, sempre sul punto di sbagliare, sempre sul punto di cadere.
Sicuramente questa è una concezione della vita tormentata che difficilmente da noi viene accettata, abituati all’ordine e al definito.
Eppure, se è la completa manifestazione della vita e del nostro essere quello che inseguiamo, dobbiamo abituarci a vivere nel disordine, in un mondo che non ha sempre la risposta, ma ne è sempre alla ricerca. Dobbiamo abituarci a considerarci esseri umani, dal potenziale indefinito, in realtà fragili e incomprensibili.
Seppur vivere a metà tra il credere e il non credere ci farebbe mettere da Dante nel girone degli ignavi, questa è l’unica soluzione per vivere in un mondo dominato dalla scienza, che come un severo tiranno, lascia vivere l’uomo nella solitaria disperazione morale e spirituale.
Enrico Conversano