Usd Martano: resoconto della serata con i rappresentanti del Milan Academy

E’ stato un momento di grande coinvolgimento e partecipazione popolare. A regolare gli interventi è stato il presidente del sodalizio che ha esordito facendo un’analisi delle motivazioni che ha spinto la dirigenza ad abbandonare le velleità della prima squadra, per mettere a disposizione tutte le proprie forze a favore della scuola calcio. E, soprattutto, di una scuola aggregata a Milan Academy, insieme all’altra società, Auxesia, di Poggiardo e Maglie. “Con questa nostra scelta abbiamo deciso di guardare al futuro della nostra cittadina, scegliendo lo slogan: “Lo sport come maestro di vita”. Abbiamo voluto puntare sullo “sviluppo morale e muscolare dei nostri ragazzi, i nostri futuri cittadini”. Ritornerà spesso, nel corso della serata, questo refrain della moralità dei ragazzi.


Filippo Galli ha sottolineato come la società del Milan punta a far crescere i ragazzi, prima come uomini e poi come calciatori, cosa non disprezzata, naturalmente. In Italia sono presenti numerose scuole Milan Academy che applicano proprio questo sistema. A chiudere l’incontro è stato l’intervento dello psicopedagogista della società Milan, Antonello Bolis, docente presso l’Università “Bocconi”: una vera e propria lectio magistralis. “Non sappiamo più educare i nostri figli”, ha sferzato il professore. Per quanto, in questa conferenza “sono presenti tutti i soggetti a cui sta a maggiormente a cuore il futuro dei ragazzi: genitori, scuola, istituzioni, sport. La scuola calcio è riuscita a portare tanta gente, è necessario provare a fare sinergia fra tutte queste componenti. Bisognerebbe estendere questa alleanza a tutte quelle persone che tengono alla cura ed al destino dei ragazzi”, ha commentato. “In un momento complicato come questo, anche l’istituzione scolastica può avere bisogno della scuola calcio, bisogna lavorare perché si generi una diversa cultura dello sport”, ha auspicato. “Ed attraverso questa diversità bisognerebbe far entrare i ragazzi nella vita”, ha continuato. “Il calcio non è soldi facili, richiede tanti sacrifici e socialità. Quella di cui si sente un bisogno di enorme. I nostri ragazzi stanno troppo tempo chiusi in una stanza a colloquio con chi non si conosce attraverso Internet, attraverso quegli amici che non vedranno mai, a contatto permanente di un pericolo, il più delle volte sottovalutato dai genitori”. Figura questa, ha continuato, “di cui i nostri figli hanno un bisogno enorme”, lo ha sottolineato più volte. Queste assenze provocherebbero forte disagio nell’adolescente. E ritorna su quell’apertura dell’intervento: “non sappiamo più educare. Sono spariti i ruoli perché non abbiamo più tempo per coprirli. Così, i nostri ragazzi pensano che tutto li sia dovuto e crescono fragili per la colpevole assenza dei padri”. Il bambino per divenire adulto ha bisogno “di essere condotto per mano proprio dai genitori”. Poi, affonda: “uno dei problemi più grandi è l’incapacità di dire di no”. La televisione toglie tempo all’educazione, invece, bisognerebbe dedicarli tutto il tempo necessario, “la mancanza di regole crea bambini deboli. I genitori dovrebbero dire: “non mi piego ai capricci”. Peraltro, non si può far decidere ad un bambino “perché non sa distinguere il bene dal male, come dire: “decidi tu quando devi attraversare”, con le macchine che viaggiano a cento. Questo atteggiamento produce ansia. E, l’ansia viene riempita con Internet, ancora peggio, con la droga, con altri mezzi distruttivi”. Lo sport può aiutare. Impone di stare insieme, di confrontarsi. Il computer “impoverisce l’esperienza reale, socio- relazionale come fa, invece, il calcio, che impone socialità, questa scuola deve insegnare ai bambini il divertimento, non hanno altro modo per farlo. Un bambino che non gioca è malato. Un bambino deve avere l’opportunità di una sana competizione. E’ importante anche perdere, ci si sente male, poi, passa”. Il professore è un fiume in piena, si sente che il problema lo coinvolge. “Il problema è che noi adulti esasperiamo il senso di una sconfitta”, e si torna al comportamento dei genitori. “Non accettiamo il limite che è una condizione reale. Quel limite può diventare una risorsa. Quella esperienza lo aiuta a star meglio nella realtà”. Il silenzio regna in sala. Il professore parla con i bambini presenti. Tutti annuiscono. Sembra facciano un mea culpa generale. Ma, all’esterno, proprio i loro bambini si scatenano disturbando la “lezione” e nessuno di quei genitori si muove per dimostrare di aver capito. Chissà se ci sarà veramente speranza per un domani migliore, professore. Noi, da impenitenti ottimisti ci speriamo.
Fernando DURANTE
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